← Torna alla mostra

Un racconto

Il fondale segreto

di Dario Dellino

«Non guardare la superficie piatta e liscia del mare, ma pensa a cosa si nasconde sotto: il suo fondale segreto»

«Secondo me dobbiamo metterlo con le spalle al muro»

«Con le spalle al muro?»

«Sì» dissi guardando la campagna scorrere nel finestrino dell’auto «bisogna metterlo in trappola»

Mia sorella sorrise. Era un regalo per nostro padre, una sorpresa, un viaggio.

«Cioè» le spiegai «non bisogna lasciargli scelta altrimenti se ne va a Foggia, sai come è fatto»

«Foggia? Magari…sarebbe già un bel viaggio per lui…»

Lillo è sempre stato un animale stanziale.

«Dobbiamo costringerlo ad andare lontano, molto lontano…» suggerii.

«E dove?»

«Parigi»

Avevo sempre desiderato che i miei vedessero un pezzo di mondo, non s’erano mai mossi da casa tranne che per un periodo a Roma ultimamente e per alcuni viaggi in Umbria e in Emilia quando noi non eravamo che bambini. Ricordo un albergo ricavato da un palazzo medievale ad Assisi, mi dissero che potevano esserci i fantasmi e la mia fantasia ne fu tanto eccitata che li sentii camminare sul soffitto. C’era un’anta di legno sullo stipite della porta, non era chiusa e dondolava un poco: la fissai con la certezza di chissà quali mostri al suo interno fino a quando, stremato, non m’addormentai tra le braccia di mamma. Fu quella la vacanza in cui feci la pipì al letto? Non mi rimproverarono, mio padre sorrise e mi raccontò la storia di un bambino che innaffiava i prati con il pisellino. Visitammo la chiesa e i boschi, i paesi, le strade enormi e piene di luce bianca. Anche a Ravenna, andavamo spesso a Ravenna. Di quella città ricordo una fontana di pietra, un portico e qualche vaga chiacchiera sull’arte dei miei genitori mentre facevano progetti per il futuro. Parigi mi sembrò un buon compromesso: una lingua non troppo diversa, raggiungibile in treno, tanti musei, Lillo che si vantava d’aver studiato francese.

«Ma come facciamo? Non ci sono pacchetti pronti per Parigi…cioè…non con il treno…prendiamo

uno con l’aereo?» chiese mia sorella.

«No, con l’aereo avrebbe una scusa, loro non volano: non bisogna lasciargli vie di fuga»

Così fu. Arrivato il ventisette settembre, mia sorella, Francesca, mi telefonò.

«Allora? Gliel’hai dato? Gliel’hai dato?»

«Non ancora, devo comprare la carta regalo»

«Ci vorrebbe una telecamera a circuito chiuso per vedere la sua espressione quando scarta il pacco» «Immagina come si diffonderà il terrore sul suo volto quando scoprirà tutto»

Ridemmo a lungo nel telefono.

«Secondo me ha già sentito puzza di bruciato» disse Francesca.

«Perché?»

«M’ha detto che non vuole nessun regalo per il compleanno…che non dobbiamo rompergli con queste cose»

«Non arriverà mai ad indovinare dove lo stiamo mandando, ah, senti, Lilia mi ha dato una guida della città, così l’effetto sorpresa sarà maggiore»

«Davide invece ha mandato una cartolina da Parigi con un portachiavi per la sua nuova casa»

Comprai la carta, impacchettai la guida e chiamai Lillo che stava lavorando nella tavernetta. Erano anni che non scendevo più a vedere cosa faceva nell’intercapedine della casa attrezzata a laboratorio. Sentivamo il rumore del martello, della sega, della levigatrice, sentivamo questi rumori per giorni e poi si materializzava in casa una nuova lampada, un tavolino o una sedia. Ci sembrava un processo naturale, spontaneo: pezzi di legno e mobili tornavano a nuova vita: come con la digestione il cibo.

Lillo salì con un’espressione di divertito dispetto: aveva mangiato la foglia e quando scartò il regalo non ebbe reazioni vistose, teatrali. Mi sembrò molto contento. Non coprì con un tragico velo, come gli piaceva fare per abitudine, la sorpresa.

«Parigi?» disse sorridendo «Ma voi siete matti…ma perché? E come dobbiamo fare?» chiese

sfogliando la guida con l’espressione di un bimbo con un giocattolo nuovo in mano.

«Dovete salire su un treno e partire»

«Ma voi siete matti…» ripeté sfogliando la guida e scuotendo il capo.

«Scusami, vuoi andare a vedere il Louvre almeno una volta?» chiesi.

«Infatti» disse mia madre. Mi guardò annuendo con quel suo sorriso indispettito. Chiamò mia sorella e parlò a lungo a telefono con lei. S’informò meglio. Dopo qualche minuto decise di indossare il costume tragico. Faceva così: era la parte che si era scelto per le grandi occasioni.

O quella o una divertita strafottenza.

«Ma voi siete matti…e come dobbiamo fare? Quando dobbiamo partire?»

«Il ventiquattro ottobre»

«Mancano pochi giorni ormai» disse.

«È un mese…» osservai.

«Un mese passa in un soffio» insistette e ci guardò, spaventato, a me e a mamma «sembra l’ultimo viaggio del condannato a morte» disse. Scherzammo e lo riportammo di buon umore facendogli capire cosa lo aspettava lì, quali musei, quali quadri, i ristoranti…

«Quando torni ne organizzi un altro: così non sarà l’ultimo viaggio di un condannato a morte»

Annuì pensieroso: era il carattere tragico del cognome, lo stesso che porto io e che spero sempre di reprimere in qualche modo e poi viene fuori: avrei voluto prendere, in fatto di carattere, tutto da mia madre, che è più forte: ma non è così che funziona tra genitori e figli.

In effetti il mese che seguì volò via rapido, ripetitivo e calmo. La mattina uscivo di casa presto, ci incontravamo all’ora di pranzo e tornavamo insieme in macchina, io seduto sul sedile posteriore, discutevamo come avevamo sempre fatto da quando ero bambino: del mondo, del futuro, di quanto è squallida l’umanità ma anche delle eccezioni a tale squallore, di quante cose folli e belle volevamo organizzare, di quello che avremmo mangiato quel giorno…

Trovammo un appartamentino nel diciannovesimo, mi piacque subito perché il diciannove è il mio numero. Comprammo i biglietti, li misi in una busta e scrissi sopra, con un pennarello rosso preso tra i suoi: pour aller à Paris. Arrivò il giorno della partenza, sarebbero stati prima qualche giorno da Francesca, che lavora a Bergamo, e poi avrebbero raggiunto in treno Parigi. La sera della partenza mamma fece due torte da portare in viaggio e lui, non volendo aspettare andò a fare un lunga passeggiata in paese. Era una domenica buia e calda. Io stavo guardando un film, Fuori orario, gridai un saluto dalla mia camera.

«Poi ci sentiamo per telefono, buon viaggio» dissi.

«Mi raccomando, eh? Stai attento a tutto»

La sera dopo telefonai a casa di Francesca.

«Cosa state facendo?» chiesi a mia madre.

«Ieri siamo andati con Francesca e Davide in un ristorante indiano, oggi niente, piove…ce ne stiamo un po’ in casa: Lillo sta pulendo i finocchi»

Più tardi mi sentii con Francesca.

«Ho trovato due biglietti per una sonata di piano, è forte la tipa: Chopin» dissi.

«Dov’è?» chiese.

«Boh…un teatro vicino ai campi elisi»

«I campi elisi?»

«Les Champs-Élysées…e loro, che fanno, che dicono?»

«Mamma è contentissima, non sta nella pelle, e pure Lillo…però…»

«Però?»

«Però è grigio…cioè la faccia…c’ha un colore…»

«Grigio? Ogni tanto fa così, cambia colore: è un artista…mi raccomando ai biglietti, non dimenticare, eh?» dissi.

In realtà volevo mandarli ad un concerto alla Sainte-Chapelle, che è molto bella però la sera del loro anniversario davano tutti i Requiem di Mozart. Non mi sembrò una buona idea per festeggiare. Ci sentimmo ancora una volta.

«Abbiamo avuto i biglietti» disse mamma eccitata «che cos’è? Come dobbiamo fare?»

«Andate con quel foglio una mezz’ora prima e vi dànno due biglietti, posso prenotarvi altre

serate…che ne so…concerti jazz…circo musicale…»

«Oh, ma noi vogliamo girare, vogliamo vederla tutta la città»

«Oh, ma Parigi da fuori alla fine è tutta uguale…»

«Va bene, va bene, ce la vediamo noi, ti passo Lillo»

«Dario…che cos’è?» disse con un tono calmo, contento e distante, mi sembrò la voce con cui mi parlava quando avevo dieci anni, una voce rassicurante, protettiva.

«Che cos’é? Una prenotazione, Chopin, e la pianista è pure brava»

«Grazie, grazie, ma come ci spostiamo?»

«Prendi un taxi: mostragli su un foglietto l’indirizzo di casa: non ti preoccupare per la lingua perché spesso nemmeno i tassisti parlano il francese»

«Che casino…»

«Eh»

«Grazie, grazie» disse e poi, con una voce contenta, ogni oltre contentezza «ma cosa abbiamo fatto per meritarci questo?»

«Volevo mandarvi all’opera e non ci sono riuscito, sono capace al massimo di un’operina, di un’operetta…»

«Grazie, grazie» disse ancora.

«Buon viaggio»

L’indomani ero elettrizzato come se anch’io partissi la prima volta. Mi vennero in mente tutte le discussioni in cui cercavo di convincerli a viaggiare, fuori dall’Italia, per vedere altri posti, per avere una visione più completa del mondo, per non restare attaccati al campanile: ero convinto che avrebbe fatto loro bene, come persone e come artisti. Una visione più completa.

«Ma vi rendete conto che non avete mai attraversato una frontiera nella vita?» chiedevo io, l’esperto di viaggi, il perdigiorno.

«Noi vogliamo» diceva mia madre «ma adesso non possiamo, con tutte le cose che ci sono da fare…quando sarà il momento vedremo…perché no?»

«C’è così tanto da vedere in Italia: è il paese più bello del mondo» rispondeva invece Lillo non volendo sentir parlare di viaggi. Volevo farli sentire stranieri, è una sensazione che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita: pensai che c’ero riuscito proprio bene: senza guide né alberghi, senza sapere la lingua, li avevamo mandati in un quartiere poco turistico, in una casa privata.

Incominciai a pensare d’essere con loro, cosa avrei detto e cosa avrei fatto, divertito della loro semplice ingenuità nel gran mondo, mi sembrò più volte d’avere discussioni, di mostrare dei posti che m’erano piaciuti, scherzare insieme, passeggiare…

E la Jeune fille en robe rouge sur fond de fleurs? L’avrebbero vista? Oh, dovevano vederla quella, assolutamente: un tempo passai intere giornate seduto a guardarla, per un mese, innamorato, mi mettevo la cravatta e la giacca per andarla a incontrare, ma lei, il capo volto a destra, mi trascurava: ma sapevo, indovinavo, che le mie visite le facevano piacere, lo capivo dal suo contegno. La jeune fille è una tempera su tela, una ragazzina bruna vissuta cento anni fa. È lei Parigi, per me.

Con i miei occhi. Così ripeteva spesso Lillo: se solo poteste vedere le cose con i miei occhi.

«Che sciocchezza» rispondevo «ognuno vede con i suoi occhi, è normale: anche i colori potrebbero essere diversi per ciascuno di noi, li chiamiamo soltanto con lo stesso nome…»

«Certo, certo, ma come la vedo io è diverso…non potete capire»

Diventò un modo di sfotterlo: con i miei occhi, dicevamo io e Francesca e anche Lill, alla fine. Dopo aver letto i miei libri mi spiegava come intenderli: certamente non ne avevo afferrato bene il senso. Cardarelli. La descrizione di Porto Recanati, solo lui poteva veramente capirla. La Vita dell’Alfieri: i primi anni di vegetazione, rideva ripetendo il titolo d’un capitolo entusiasta. E Bukowski.

«C’è quella cosa dei vivi che spruzzano raggi di morte che è eccezionale…com’è che fa?»

«Non ricordo, che libro è?»

«Quello con la copertina rosa e la donna nuda che esce dalla pipa…»

«Azzeccare i cavalli vincenti?»

«Sì, sì. Quello è il migliore»

«Anche Panino al prosciutto non è male»

«Sono tutti belli, ma quello…com’è quello? Ah, sì: saggio scritto bevendo una pinta di whisky e una confezione da sei…»

«Grande»

«Quant’è una pinta?»

«Mezzo litro»

«Mezzo litro di whisky? Secondo me dovrebbero insegnarlo nelle scuole, ecco cosa dovrebbero fare, insegnarlo nelle scuole: altro che chiacchiere…sono tutti morti, morti che seppelliscono altri morti»

«Non proprio tutti se l’hai letto attentamente» lo correggevo.

«Sì, è vero, non proprio tutti»

Prese un libro per caso, perché c’era un pesce sulla copertina che voleva ridisegnare.

«Ho letto quel racconto in cui il saggio cinese con il ventaglio nella tempesta…quello è eccezionale» «Quale?»

«Si fa vento con il ventaglio…nella tempesta…è un tuo libro»

«Come faccio a ricordarli tutti?»

«Oh, quello è eccezionale, davvero»

«Il senso di quei racconti è che non c’è senso» provavo a indovinare.

«C’è e non c’è: il senso è quello che trovi nel momento in cui leggi»

«Con i miei occhi?»

«Sì, con i tuoi occhi. Il vento è ovunque…ma non puoi capire…è eccezionale…»

Così mentre viaggiavano in treno immaginai di guardare dal finestrino del treno con i suoi occhi. La campagna, le città, il cielo. Le cose che avrebbe detto a mamma, le cose che lei avrebbe risposto. Mi sentii in ansia, ma era un’ansia piacevole, una voglia di riscoperta, un ringiovanire bello e improvviso, inaspettato. Un viaggio, un viaggio importante può far questo, può riportarci alla vita inaspettatamente, capovolgere la visione del mondo per un nuovo, fortunato inizio. E che quadri ad attenderli: Leonardo, gli impressionisti, i disegni e tutti gli altri. Camminai avanti e indietro sul balcone di casa non contenendo la voglia d’arrivare, lì con loro nella città straniera, per poterli a distanza guidare, consigliare, informare…

A Parigi viveva da anni un mio amico, Alessandro, s’occupò lui dell’arrivo, parlò con la padrona di casa, spiegò un po’ di cose pratiche. Sistemati i bagagli uscirono per una passeggiata. Li chiamai.

«Allora? Come va? Tutto gira?»

«Gira eccome» rispose mamma emozionata «stiamo facendo una passeggiata vicino casa»

«Dove andate stasera? Vi consiglio di andare sul canale, che è lì vicino, è pieno di ristorantini e locali, vi prendete qualcosa da bere o da mangiare…»

«Oggi ci stiamo un po’ tranquilli, giusto due passi, domani vogliamo svegliarci presto per vedere i musei e poi c’è quel concerto la sera» disse.

«È una sonata, non è un concerto»

«Sì, sì…ti passo Lillo…»

«Allora?» chiesi «Come va?»

«Madonna mia!» disse con forte accento barese «È una Babele! Non ci sta uno dello stesso colore!» «Cerca di non far uscire la tua anima leghista tutta insieme» scherzai.

«No, no, è bello…è bello…è un casino…una Babele…madonna che casino!» disse rafforzando l’accento. Lillo non aveva mai avuto un accento marcato, pensai che fosse una difesa dal mondo esterno, dalla varietà delle razze e delle lingue in cui era stato improvvisamente precipitato: era successo anche a me più volte all’estero.

«Avete trovato facilmente la strada?»

«Alla fine l’abbiamo trovata…non era così facile come l’hai spiegata tu…abbiamo chiesto ai passanti, oh: i francesi sono proprio tutti dei coglioni…»

«Te l’avevo detto»

«Noi chiedevamo e chiedevamo e quelli non si fermavano…pardon…pardon e continuavano dritto…invece gli arabi ci hanno aiutato…ci hanno quasi accompagnato…alcuni parlavano pure italiano»

«Hai visto quanto son bravi gli Aziz?» chiesi. A Roma avevamo un fruttivendolo egiziano che si chiamava Aziz. Da quel momento, in famiglia, tutti gli arabi diventarono Aziz.

«Gli Aziz…» disse senza capire per un momento «ah sì…sì, sì, sì: gli Aziz! Ce so’ belle gli Aziz! So’ proprie belle, belle, belle! So’ le megghie…»

«Ci sono molti arabi? Il vostro è un quartiere ebraico»

«È vero! Ho fermato uno con i riccioli e le trecce e il cappello»

«Un ortodosso»

«Gli ho chiesto la strada: quello mi ha guardato a lungo, mi ha studiato, pensieroso…»

Ricordai di alcuni anni prima quando andavo a scrivere nel museo di storia ebraica di Parigi, nella biblioteca c’era un quadro di Chagall: Mon Père . Ci salutammo. Decisi che avrei festeggiato il viaggio aprendo una buona bottiglia di vino rosso, era una sera tiepida, il vento umido e profumato, bevvi lentamente sul balcone. Più tardi il telefono squillò. Era Lillo, ancor più eccitato.

«Oh» disse «ho imparato a dire fiammiferi in francese!»

«Sì?»

«Sì: le lumette! Sono andato al tabaccaio e sono riuscito a comprare un paio di pacchi di fiammiferi» spiegò orgoglioso «costano venti centesimi l’uno i fiammiferi qui, sai, servivano, non ce n’erano a casa e così ho deciso di comprarli»

«Bravo, ti sei già integrato»

«È stato facile…»

Finii la bottiglia e me ne andai a dormire.

Il giorno dopo m’alzai presto, sbrigai alcuni servizi in centro e tornai a casa prima del solito. Mangiai e salii in camera per riposare un poco. Stavo per chiamarli per chiedere notizie quando il telefono squillò. Era Alessandro.

«Bonjour!» dissi.

«Eh…bonjour…»

«Dimmi»

«Ecco, vedi…c’è stato un piccolo problema…»

«Un piccolo problema?» chiesi non capendo «Come un piccolo problema? Che problema?»

«Tuo padre non s’è sentito molto bene stamattina…abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza»

«L’ambulanza? Come l’ambulanza?» mi agitai «Mia madre è lì?»

«Sì»

«Me la puoi passare?»

«Eccola»

«Ma’…che è successo?»

«No, niente…sai com’è Lillo…ogni tanto si sente un peso in petto…la debolezza…io però qui stavo da sola e non so la lingua così non ho voluto rischiare ho visto che poi sudava freddo e ho chiamato Alessandro e poi abbiamo chiamato l’ambulanza per fare i controlli…» disse distaccata e veloce.

Mi tranquillizzai.

«Ma che cos’è?»

«Non lo so, speriamo niente di grave ma non volevo rischiare»

«Hai fatto bene, senti, il telefono è carico? Te lo ricarico?»

«Sì, mettimi qualcosa così possiamo parlare»

Pur confortato dalle sue parole sentii nel sangue una sensazione definitiva. In camera ho un quadro di San Nicola disegnato da lei: con tre rose colorate nell’aureola: una gialla, una azzurra e una rosa. È un volto sereno e sorridente, lo guardai e dissi tra me: ti prego aiutami, se lo fai ti prometto che… Ma la sua espressione mi sembrò imbarazzata, dispiaciuta, come dovesse per forza fare una cosa: non gli andava di farla ma certe cose, quando vanno fatte, vanno fatte. Uscii di casa con quella sensazione definitiva in gola che ad ogni passo si mescolava ad altre sensazioni: paura, incredulità, ricordi e immagini sporche e indefinite. Camminando m’arrivarono alcune telefonate dai parenti, la notizia, caduta come una pietra in un pozzo, aveva già allungato onde d’acqua scura tutt’attorno. Caricai il telefono e tornai a passo svelto verso casa: il paese a quell’ora era deserto, incontrai un uomo che mi fermò in maniera brusca e volgare.

«Ehi» disse in dialetto «dove sta l’otto?»

«L’otto?» chiesi fermandomi, distratto per un poco.

«L’otto, l’otto, l’otto vicino a San Nicola»

«Come l’otto vicino a San Nicola?»

«Il portone, il numero otto» chiese con tono brutale. Gli spiegai che non eravamo proprio vicini alla chiesa dedicata a San Nicola e che magari doveva andare in un’altra strada. Si disinteressò a me, improvvisamente, e s’allontanò. Non so perché, ma sperai che quell’incontro non avesse nulla a che fare con tutto il resto. Chiamai ancora mamma.

«Allora? Sai qualcosa di più?»

«Ma no, non ci fanno entrare, non ci fanno entrare…appena so qualcosa te la dico…»

«Come stai?»

«Io sto bene, madonna…mi dispiace…per stasera avevi preso i biglietti per il concerto…magari si

possono spostare? Si può fare?»

«Va bene, adesso non pensare a questo, l’importante è che si risolve tutto»

«Sì, l’importante è che si aggiusta tutto, il resto poi vediamo»

Parlare con mamma mi rincuorò rapidamente, mi sentii per qualche minuto salvo, tutto si sarebbe aggiustato, come sempre s’era aggiustato, con il suo aiuto e consiglio. Altri parenti chiamarono per chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, tornai ad agitarmi, forse, pensai, questa volta non la possiamo risolvere tra noi. Arrivato a casa cercai se c’erano dei biglietti per andare a Parigi: c’era un aereo, un’ora dopo, troppo vicino, decisi di partire la mattina seguente.

Il telefono squillò ancora, era Alessandro.

«Ehi, vedi di venire qui il prima possibile» disse.

«Perché?» chiesi sentendo la mia voce dall’esterno, ormai non ero più io a parlare, parlavo per inerzia, forse per la lunga abitudine all’uso della lingua.

«Tuo padre è grave. L’hanno intubato»

«Intubato?» chiese quello che aveva preso la mia voce in prestito.

«Attaccato ad una macchina, stanno cercando di riprenderlo»

«Riprenderlo?» chiese sempre quell’altro.

«Fai presto»

«Sì»

Cercai i biglietti e vidi il prezzo: m’accorsi che non avevo abbastanza soldi per comprarli. Ero rimasto a secco e non lavoravo da un pezzo. Non avevo i soldi per raggiungere mio padre e mia madre in quel momento. Il telefono squillò ancora.

«Dario, sono Lilia, allora? Hai saputo qualcosa?» chiese Lilia, mia zia.

«Devo andare al più presto all’aeroporto, c’è un volo che parte tra un’ora, la cosa è seria: puoi accompagnarmi?» domandai, infatti non avevo più la macchina. Pensai che le avrei chiesto un prestito ma non servì perché mi anticipò e pagò il biglietto oltre a darmi dei soldi per stare a Parigi. «Non posso restituirteli per adesso» le dissi.

«Poi me li dà Lillo, l’importante è che tutto si risolva»

Sì, certo, pensai tra me. Lilia stava lavando i piatti quando l’avevo chiamata e con quei vestiti era uscita, leggeri, da usare in casa, con delle ciabatte. Faceva molto caldo per fortuna. Provai a chiamare mamma per dirle che in poche ore sarei arrivato lì. Mia sorella, nel frattempo, s’era mossa in macchina da Bergamo. Il telefono era spento.

«Il telefono è spento, che strano» dissi.

«Forse non prende, forse è nella stanza…» suggerì Lilia.

Chiamai e finalmente mia madre rispose. La voce era calma, rotta dall’emozione ma ferma.

«Senti, devo dirtelo» disse «è successo: non ce l’ha fatta»

«Non ce l’ha fatta?»

«No»

«Sto venendo, questa sera alle dieci sono lì»

Lo dissi a Lilia piangendo. Cominciammo a girare in tondo, sbandando nel parcheggio.

«Lillo…che cosa hai fatto…Lillo…che cosa hai fatto…Lillo…che cosa hai fatto…» disse Lilia.

Telefonò Alessandro.

«Devo dirti qualcosa?» chiese.

«No, non serve»

«Ci vediamo dopo»

«Sì»

Lilia comprò un altro biglietto e venne con me, ci mettemmo in coda per l’imbarco. Andai a prendere una sua giacchetta in macchina, camminando mi venne voglia di dirlo a Lill. La chiamai.

«Ciao Sips» rispose tutta allegra.

«No, Lill, è successa una cosa bruttissima: mio padre è morto»

«Cosa?» gridò nel telefono, gridò con rabbia.

«A Parigi, un infarto»

«Cosa?» gridò con rabbia mista a pianto.

«Poco fa, pochi minuti fa, non lo so, non lo so, non lo so…» dissi piangendo.

«No, no, no, no, no, no, no…» urlò piangendo sconvolta, senza respiro. La sentii gridare e respirare forte, suoni senza senso.

«Non lo so, non lo so, non lo so…» dissi ancora «non lo so…perché?»

«Ma come, ma come…»

«La colpa è mia, la colpa è mia» seppi dire.

«Non ci pensare nemmeno» disse riprendendo il controllo di sé «la vita ci fa queste cose e noi non possiamo capire…è la vita che ci fa queste cose e noi non possiamo capirle»

Lei può dirlo, pensai: ha visto la madre lacrimare lentamente sangue, prima di morire.

Ricordo poco del volo, sceso a Roma per cambiare aereo barcollai e piansi tra uomini d’affari e comitive di turisti ansiose di raggiungere Parigi per il fine settimana. Nell’aereo un bambino mi guardò incuriosito, solo lui, gli altri passeggeri fecero finta di niente: intuita la tragedia non vollero esserne coinvolti. Atterrati a Parigi prendemmo un taxi, mi sarebbe piaciuto far incontrare il tassista ai miei: nero, grasso, sorridente, rumoroso. In macchina lo stereo diffuse una musichetta francese, allegra, parlava di due amici che andavano ad una festa.

Scendemmo alla Gare du Nord, l’ospedale era vicino. Alessandro ci venne incontro e mi abbracciò stringendomi forte: mi strinse così forte e forse per la posizione sbagliata delle sue braccia o del mio collo, non saprei, cominciò a strangolarmi, sentii che non m’arrivava più né sangue né ossigeno alla testa, soddisfatto di quel che stava facendo, lo lasciai fare…

Andammo all’ospedale. Camminando mi ricordai d’una cosa che avevo letto: le persone anziane camminano piano non per problemi di articolazioni ma perché sanno che la meta è vicina e non ci vogliono arrivare: cercano, così, di ritardare l’arrivo. Notai che le gambe mi pesavano più del solito, erano pesantissime, i passi lentissimi. Alla fine arrivammo.

Nello stesso istante arrivarono anche Francesca e Davide, suo marito. Entrammo e raggiungemmo il padiglione quattordici. Dopo aver baciato mamma andai avanti nel corridoio, affacciandomi alle porte per vedere chi c’era dentro, poi, più avanti, con la coda dell’occhio, vidi un uomo coperto da un lenzuolo fino al volto, scoperto: lo riconobbi.

Entrai. Guardai attentamente e pensai: ho trentanove anni e questo è il primo morto che vedo, ho trentanove anni e questo è il primo morto che vedo, ho trentanove anni e questo è il primo morto che vedo. Francesca pianse e singhiozzò. Lilia disse qualcosa.

«Non è niente» seppi dire «è solo un sogno, è un sogno»

«Infatti» fece mia madre calma e convinta. Sedetti accanto al letto e fissai attentamente Lillo. Aveva quel suo sorriso indispettito. Pensai che fosse dovuto al modo in cui se n’era andato, sotto anestesia, una partenza dolce e veloce. Guardai meglio e vidi che le labbra s’arrotondavano come le arrotondava quando rideva, non gli piaceva mostrare i denti e faceva una boccuccia a cuoricino, beffarda. Anche gli occhi, chiusi, sembravano sorridere ad un’idea venuta improvvisa.

Mi convinsi che stesse sorridendo, dicendo tra sé: avete visto? È proprio come dico io…

M’alzai e lo guardai da vicino, dall’alto. Intorno al volto si diffondeva una sfumatura, con toni virati sul seppia, non era una nebbia: era proprio una leggera, impercettibile sfocatura che rendeva più morbida e sopportabile l’immagine. Il colorito era il solito, sapevo, intuivo che doveva esserci del grigio da qualche parte ma non riuscivo a capire dove, forse sotto la pelle, nascosto, in attesa. Inclinai il capo per mettermi in linea con i suoi occhi. Sì, sorrideva.

Notai nascoste tra le rughe e le pieghe del volto alcune pagliuzze, erano pagliuzze di colori diversi. In alcuni punti erano nere, in altri dorate e in altre ancora rosate. Queste pagliuzze dovevano trovarsi sotto tutta la pelle ma nei punti in cui c’erano delle infossature, o delle sporgenze, si raccoglievano in maggior numero mostrando una lucentezza interna. Cercai di capire cosa fosse quella sfumatura o sfocatura a pochi millimetri dal volto, se fosse una luce o un vapore, non ci riuscii. Tornai a sedermi e piansi. Mi rialzai, l’osservai ancora. Sorrideva.

A notte fonda uscimmo dall’ospedale e tornammo nell’appartamento in cui i miei avrebbero dovuto trascorrere la vacanza. Chiesi ad Alessandro di ospitarci, impossibile restare dove mio padre e mia madre, facendo colazione, avevano scherzato storpiando le poche parole francesi conosciute.

Mentre mamma, presa da qualche automatismo metteva a posto i vestiti di Lillo nelle valigie, scegliendo quelli che avrebbe indossato il giorno dopo, notai due pacchi di fiammiferi in cucina e mi ricordai delle ultime parole che m’aveva detto mio padre. Li presi, li misi in tasca stringendoli nel pugno, piansi ancora. Mamma mise a posto anche la sua roba e venne in cucina.

«Prendiamo quelli?» chiese indicando due sacchetti sul tavolo. Uno era pieno di prugne secche, in un altro c’era una polvere bianca e con la calligrafia di Lillo scritta la parola zucchero. Li misi in una busta e uscimmo. Scendemmo lentamente per il viale alberato verso casa di Alessandro.

Passammo la notte sul divano, la televisione accesa senz’audio, con due comici italiani per cui nessuno rideva più da anni. Li guardavo con Lillo da bambino, era passato molto tempo. Due gatti salirono e scesero dai mobili e dal tavolo, non si fermarono un istante per tutta la notte. Piangemmo un poco, a tratti, come fa il cielo per una nuvola di passaggio. Arrivò l’alba. Prendemmo dei cornetti.

«Sono davvero buoni, pieni di burro ma più buoni dei nostri» disse sorridendo mamma: dimenticai tutto chiedendomi cosa ne pensasse Lillo dei cornetti. Andammo all’ospedale. L’avevano portato in un altro padiglione, girammo al lungo tra alti corridoi luminosi, nel parco, costeggiammo il muro perimetrale da cui giunsero i rumori del mercato esterno. Trovammo il padiglione, la porta otto.

«Eh…» osservò Francesca «l’otto era il suo numero preferito, ha pure voluto che ci sposassimo l’otto giugno, io e Davide»

«Gli piaceva perché è un numero tondo, chiuso eppure infinito» dissi pensando all’uomo incontrato il giorno prima, quello che cercava il numero otto. Entrammo nella stanza, l’aria condizionata al massimo, faceva freddo: guardai i piedi scalzi di Lilia, rabbrividii. Piansi ancora, teatralmente, scuotendo il capo e lamentandomi, battendo i piedi a terra, graffiandomi il volto. Mamma mi consolò, calma. Insieme al dolore sentii da qualche parte un altro strano sentire, consolatorio: ora siamo di nuovo insieme, pensai, non come stanotte quando eravamo separati. Guardai il suo volto: sorrideva, divertito. Da quel momento Davide prese in mano la situazione e seguì le tristi incombenze amministrative. Io avevo qualcosa di molto più importante da fare: disperarmi.

Posso dire che passammo una bella giornata lì riuniti? Non lo so, nel ricordo, almeno, mi sembra più bella del presente perché ci trovavamo insieme, sospesi nel tempo e nello spazio: la tempesta tutt’attorno e noi aggrappati a quella piccola scialuppa.

Ci chiamarono da casa, le sorelle di mia madre, Cecilia e Nuccia, e mia cugina, Rosa, sarebbero arrivate quella sera con il primo aereo. Fui contento per mamma e Francesca e per me, avevo bisogno di gente intorno che mi parlasse e che mi dicesse, volevo consolarle, avrei voluto un’intera tribù, feci anche uno strano pensiero, mai fatto prima: vorrei dei figli, pensai, ma tanti: almeno dodici, non di meno.

Prendemmo un albergo vicino alla stazione, dormii a piano terra, c’era una finestra che s’apriva sul marciapiede, dividemmo un lettone io e Lilia. Cominciai a sentirmi strano, leggero, camminando non avvertivo più il contatto dei piedi col suolo, mi sentivo nella testa dei batuffoli d’ovatta bianca, m’era capitato altre volte ma questa era diversa, era proprio ovatta, pensai che se avessi messo due dita in un orecchio ne avrei tirata un poco fuori. Mi sentii scemo, più del solito.

M’affacciai al portone dell’albergo e guardai il cielo calmo e tiepido, dissi, non ricordo a chi, forse a me stesso: vorrei che piovesse, almeno. Dopo mezz’ora un violento acquazzone inondò le strade. Ringraziai il cielo. Salii in camera di mamma e le dissi che sarei andato a prendere le zie alla Gare du Nord. Feci una lunga passeggiata attorno alla stazione, aveva smesso di piovere e l’aria era ancora calda, innaturalmente calda per quel periodo, c’era odore di curry e spezie sconosciute, i volti prevalentemente neri, qualche arabo, qualche indiano.

Mi fermai davanti ad una vetrina con vistosi abiti da cerimonia: strass, perline, piume finte e pellicce erano montate su raso azzurro elettrico o bianco, pensai che sarebbe stato bello stare nei panni di qualcun’altro, mangiare piatti esotici, avere una vita lontana. Sentii dei tamburi alle mie spalle, non mi voltai, restai con lo sguardo fisso su quegli abiti: mi convinsi d’essere in una giungla popolata da leoni e coccodrilli. Giunto in stazione chiamai le zie: c’era ancora tempo. Gironzolai tra i binari, spossato. Mi fermai davanti ad un banchetto di dolci e cioccolatini, li guardai e pensai a quanto erano belli, chissà, pensai ancora, come li vedrebbe lui, con i suoi occhi, questi dolcetti.

Squillò il telefono e vidi il numero: Lillo! Risposi con sciocche speranze nel cuore, dài, mi dissi rispondendo, è tutto finito, abbiamo scherzato, svegliati, svegliati adesso…

Era mamma, m’aveva chiamato con il suo telefono, l’informai del ritardo. Tornai a girare a vuoto nella stazione, lessi attentamente tutte le parole di un cartellone pubblicitario, sorrisi, non so perché ma mi venne voglia di farlo. Guardai le ragazze salire e scendere per le scale che portavano alla metropolitana. Mi fermai davanti ad una teca con orologi e bracciali. Non usavamo orologi né io né mamma né Lillo però sarebbe stato bello regalargliene uno. Mi sembrò una buona idea: scelsi un modello, la cassa placcata d’oro e grosse lancette d’acciaio. Avvicinai il volto al vetro per vederlo, sì, poteva andar bene per Lillo. M’allontanai e provai a far riflettere il mio braccio in corrispondenza dell’orologio per vedere come stava al polso: stava bene, niente male.

Alzai lo sguardo e mi vidi riflesso, il braccio alzato e lo sguardo stupito. Osservai il mio volto a lungo e poi voltai il capo per vedermi di profilo: scoprii che riflesso sotto il mio c’era in realtà un altro volto: qualcuno, alle mie spalle, mi guardò dritto in faccia. Mi voltai di scatto, non m’ero accorto della sua presenza.

«Che cosa ci fai qui?» chiesi.

«Non mi piacciono gli orologi, non li uso, lascia stare»

«Ma che cosa ci fai tu qui?» dissi. Era mio padre.

«Che cosa hai fatto?» chiesi sentendomi salire una rabbia sorda e impotente.

«Sono diventato un fantasma» disse lui molto calmo.

«Sei diventato un fantasma? Perché?»

«M’ero stancato di portare in giro il mio cadavere»

«Stancato?»

«Settant’anni che me lo portavo dietro…»

«E noi adesso?»

«Mi dispiace molto, mi dispiace molto» fece guardando in basso e scuotendo la testa timidamente.

L’osservai. Indossava un pigiama leggero, di cotone bianco. La camicia del pigiama era aperta in petto, un collo senza bottoni, all’indiana. I pantaloni erano larghi, il tessuto liscio, senza decorazioni. «Chi ti ha dato quel pigiama?» chiesi, non sapendo che dire.

«Questo? Ricordi quando andammo in vacanza a Castellaneta Marina?»

«Sì»

«L’ho preso da lì»

«Da lì?»

«Da quel bel ricordo, tre mesi tutti insieme sotto i pini, ogni giorno a mare, gli amici ci venivano a trovare…io avevo più o meno l’età che tu hai adesso…e tu nove anni se non mi sbaglio»

«Stavamo bene lì»

«E quella bambina con i capelli rossi? Quella di cui ti innamorasti…come si chiamava?»

«Viviana» dissi arrossendo «come lo sai?»

«Come lo sai? Vuoi non ce ne accorgessimo? Ti conosciamo più di quello che credi e ti vogliamo un bene indicibile: ma questo già lo sai»

«Sì»

«A Dario, impetuoso come il mare…ricordi?»

«Ricordo cosa?»

«La dedica su quel libro che ti regalammo…ma come mi trovi? Eh?» chiese incuriosito.

«Ti trovo…come ti ho lasciato…un po’ più sereno…»

«Alleggerito» corresse lui.

«E più roseo…più magro, ringiovanito, ma non troppo»

«Più magro? Per forza, son due giorni che non mangio…»

«Hai fame?»

«Non è fame, mi piacerebbe un bel piatto di cous cous però» fece guardandosi attorno «oh…ma hai visto che casino qui? Sembra di stare in Africa….è una Babele!»

«Ti piace Parigi?»

«Andiamo a mangiare qualcosa, ci facciamo un cous cous?»

Pensai che forse stavo parlando da solo. Lillo mi guardò dispiaciuto.

«Scusami» dissi vergognandomene un poco.

«È normale, non ti preoccupare, mica è facile non avere più dubbi»

«Ma tu cosa sei? Un ricordo? Un’allucinazione?»

«Te l’ho già detto: sono un fantasma»

«Un fantasma?»

«Un fantasma è fatto anche di ricordi»

«Che cosa sono i ricordi secondo te?» chiesi.

«I ricordi?»

«Sono una cosa che abbiamo o che abbiamo perduto?»

«Sciocchezze. Allora? Questo cous cous?» chiese con l’espressione che aveva quando s’impuntava. Annuii, ricordandomi d’una volta a Roma quando voleva dei taralli al vino e ci fece girare Trastevere in lungo e largo per trovare un certo panificio: era tutto così triste.

«Andiamo»

Uscimmo dalla stazione e costeggiammo il suo perimetro, il cielo era chiaro, il sole non ancora tramontato. Incrociammo un uomo con una maschera di plastica bianca sul volto, dalla pelle del collo, viola e gonfia, capii che doveva trattarsi di un mostro, per questo costretto a nascondersi. Un barbone, d’un colore indefinibile e con una lunga barba fusa con i capelli parlava molto seriamente con un palo. Un nero vestito da colonialista: completo cachi chiaro, cappello di bambù, occhialoni per le tempeste di sabbia e una sciarpa bianca che gli copriva il volto. Un ragazzo, un indiano, rideva in una scatola di sigarette che aveva deciso essere il suo telefonino: alzai lo sguardo e m’accorsi che più in fondo, a perdita d’occhio, una folla di razze e costumi diversi brulicava indistinta tra le luci e le strade della città: chi con una cresta in testa, chi con una sciarpa luminosa, gonne sotto le giacche, caffettani, trecce, passò un uomo con un carretto trainato da quattro cani bastardi. Pensai che nessuno si sarebbe soffermato su Lillo e sul suo pigiama, anzi, al confronto, mi parve molto sobrio e distinto. Mi voltai e vidi che era rimasto indietro, vicino ad un bidone dell’immondizia. Lo raggiunsi, stava guardando una sedia a dondolo lasciata a terra.

«Che c’è?» chiesi.

«Stavo pensando che questa potrebbe servirci a casa…posso aggiustarla» disse studiando la sedia.

«Ma che cosa stai dicendo?» chiesi sentendomi salire ancora quella rabbia in cuore.

«Sì, lasciamo stare, tanto dobbiamo traslocare e diventerebbe un peso inutile, andiamo a cercare questo cous cous»

«Dobbiamo?» chiesi.

«Sì»

Camminammo ancora, si fermò nuovamente: a terra c’era un manico d’ombrello, solo il manico. Lo raccolse. Me lo mostrò.

«Può servire» disse.

«Può servire?» chiesi.

«Neanche questo ricordi?»

Invece ricordavo: per anni, da bambino, ogni pomeriggio dopo pranzo mi raccontava una storia in cui qualcuno trovava un oggetto inutile, lo raccoglieva e diceva: può servire. Il giorno seguente finiva di raccontarmi la storia, svelandomi la soluzione, cioè come poteva essere utilizzato quell’oggetto. Vivevo nell’attesa e tutte le trovate mi sembravano geniali e originali. Può servire.

«Ma che cosa stai dicendo? Ti rendi conto di quel che è successo?» gridai perdendo il controllo.

Aggrottò la fronte, dispiaciuto e pensieroso.

«Madò, lo so…e mamma poverina…è rimasta sola tutte quelle ore in ospedale davanti a me…io non potevo risponderle…lei diceva: Lillo…e adesso…come dobbiamo fare? Che facciamo adesso Lillo?» Mi dispiace…le ho rovinato la vacanza a Parigi…il nostro anniversario…che casino.

Pensai a mamma e mi venne da piangere, forte, mi inginocchiai e piansi. Lillo mi mise una mano sulla testa e mi lasciò fare, s’accovacciò accanto a me, la gente passava accanto svelta.

«Piangi, ti fa bene» disse «piangi, quelle lacrime devono uscire, quelle lacrime sono tutto il bene che ti ho voluto»

Non l’avevo mai visto piangere.

«Scherzavamo insieme su ogni cosa…sogni sciocchi…senza speranza…infantili…tu continuavi a incoraggiarmi…non ho mai capito perché lo facessi…pensavo fosse un modo per non vergognarti dei miei fallimenti, una tua difesa»

«Non è così»

«Perché siamo rimasti così uniti? Adesso sarebbe tutto più facile…e mamma? Non ci pensi a mamma? Eravate una cosa unica…a vederla camminare sola adesso…la gente volterà la testa…sarà uno scandalo…eravate una cosa sola…uno scandalo…uno scandalo!»

«Mi dispiace, ero stanco, non ce la facevo più»

«Perché eri stanco?»

«Non lo so, ero stanco»

«Quando ho saputo quel che ti è successo ho subito pensato: sono stato io: ho ucciso mio padre»

«E come puoi dire una cosa del genere?»

«Ansie, piccoli dolori, una sconfitta dopo l’altra…e questo viaggio»

«Se fossi andato da un dottore sarebbe diverso, il dottore avrebbe detto: il suo cuore soffre per ansia, colesterolo o malformazioni congenite. Sapremmo qualcosa di più, potremmo dare la colpa a qualcuno, se tanto ci tieni»

«Te ne sei andato così»

«Non sappiamo niente di niente: me ne sono andato come volevo, in modo pulito, veloce, senza sporcare…»

Tremai e tossii, respirando forte, bevendo tutta la voluttà del dolore, senza lasciarne una goccia.

«C’era una volta un monaco…» disse piano.

«Ti prego, smettila con queste stronzate…»

«Senti, senti» fece con una voce che non ricordavo più «questo monaco era bellissimo, ma proprio bello, tanto bello quanto bravo: una donna, anche lei bellissima, s’innamorò di lui»

Alzai lo sguardo e vidi la sua espressione, una gioia infantile gli illuminava il volto.

«Questa donna provò in tutti i modi a conquistare il cuore del monaco ma lui si era ritirato in una grotta su un’alta montagna per pregare, la donna, sfinita d’amore, s’ammalò. Passarono dei mesi e la donna, sempre più grave, andò a vivere con la madre che, disperata per la figlia, riuscì a convincere il monaco a scendere dalla montagna ed aiutarla con le sue preghiere. Per giorni e giorni i due pregarono insieme e la donna, confortata dalla presenza del monaco e delle sue preghiere, tornò alla salute, il suo viso si fece di nuovo rotondo e brillante: il monaco s’innamorò di lei e…»

«E?» chiesi.

«Sai come vanno queste cose…ma aspetta…non è finita: non solo il monaco peccò perché amò quella donna, che era sposata, ma ne uccise il marito. La mamma della donna, poi, sentendosi responsabile, si gettò su aguzzi scogli da un’alta scogliera. Il monaco, impazzito di rimorso, vagò disperato per giorni fino a quando non riuscì a trovare il coraggio di rivolgersi al grande Buddha che ascoltò la sua storia e lo guarì con una frase. Gli disse una frase, una sola frase. Il monaco, improvvisamente, non ebbe più paura e cominciò a vivere veramente per la prima volta»

«Una sola frase?» chiesi.

«Una sola. Questo è il bello della storia, questa frase, è una storia eccezionale» fece roteando la mano chiusa a cucchiaio.

«E quale sarebbe questa frase?»

«Ti piacerebbe saperla? Te la dico dopo, prima cerchiamo questo cous cous»

Lo seguii, arrivati ad un incrocio con semaforo ci fermammo per aspettare il verde.

«Dammi la mano» disse. Gli diedi la mano, attraversammo la strada in cerca di un ristorante arabo. «Com’è che sono tutti indiani qui?» chiese.

«Qui a Parigi si riuniscono per strade…tutti gli indiani in una…i cinesi in un’altra…»

«No, gli indiani no, abbiamo mangiato in un indiano a Bergamo, con Francesca, prima di partire…a proposito di Francesca, come sta? Che sta facendo?»

«Sta piangendo» dissi amaramente.

«Già»

«Ma ti rendi conto di quel che hai fatto?»

«No»

«Era un momento di gioia, di festa, eravamo contenti come bambini per questo viaggio, non stavamo nella pelle, io e Francesca e mamma…non vedevamo l’ora di sfottervi al vostro ritorno, farci raccontare…progettare subito un altro viaggio!»

«Beh…come viaggio anche questo non è male…»

«Che vuoi dire?»

«Non sono mai andato in un posto così lontano in vita mia»

«Già…»

«Povera Francesca: le andrò molte volte in sogno e mi preoccuperò di lasciarle delle tracce in giro» «A Francesca? E a me?»

«Con lei è più facile»

«Perché?»

«Mi somiglia di più»

«Ed io?»

«E tu inventa»

«Invento?»

«Non saprei come spiegartelo…un fantasma è fatto di ricordi, come ti ho detto, ma anche di segni e tracce, oltre che dell’immaginazione, grazie alla giusta combinazione di questi tre elementi un fantasma è presente a voi vivi…ma un fantasma non è solo questo, anzi: questi tre elementi sono la superficie colorata e materiale che serve ai vostri occhi per vederne la forma, per intuire cosa c’è sotto»

«E cosa c’è sotto?» domandai.

«Cosa c’è sotto? Ma il fantasma, è ovvio…»

Si guardò intorno. Il cielo sulla nostra testa era calmo e luminoso, più avanti, in fondo ad un lungo e dritto boulevard si raccoglievano basse nuvole nere, nuvole riverberanti lampi interni, soffocati, lampi seguiti da tuoni prolungati.

«Andiamo di lì?» chiese indicando la tempesta e prendendomi per mano. Lo seguii. Si fermò davanti ad una vecchia macchina scassata, parcheggiata sotto un velo di polvere.

«Questo è triste» disse.

«Cosa?»

«Questo pensiero, il fatto che non possiamo più andare in macchina insieme…» disse e si voltò a guardare un distributore automatico di sigarette. A bocca socchiusa lo guardò a lungo, meravigliato, estasiato.

«Che c’è?»

«Com’è bello…» sospirò sfiorando i tasti del distributore con le dita, come una carezza.

«Il distributore?»

«Se potessi vedere la realtà come la vedo io…bella e struggente…magari se gli metti delle monete quello ti parla pure…ti dice cose…ti ringrazia…ti corregge…come nella vita di ogni giorno»

«Il distributore?»

«Sì, tutte le piccole cose…tornare a casa…parlare…fare la spesa per voi, se solo adesso tu potessi vedere come vedo io tutto questo»

«Con i tuoi occhi?»

«Già, con i miei occhi»

«E com’è Parigi? È bella? Ti piace?»

«Ma senti, andiamo di lì: ti va?» disse prendendomi per mano.

«Ma ci sono quelle nuvole, si sta guastando il tempo» borbottai. Si fermò e osservò le nuvole.

«Come sono belle le nuvole, chissà che cosa sono le nuvole…» dissi, lui mi sorrise.

«Adesso mi attaccherò a tutto» sospirai.

«A tutto?»

«Anche ad un fazzoletto che volteggia nell’aria, il vento che lo culla prima di lasciarlo cadere»

Ci avviammo a passo veloce verso il temporale, l’aria era calda, innaturalmente calda. Dopo aver a lungo camminato tra la folla, in silenzio, arrivammo alla fine del boulevard, le nuvole s’erano raccolte sulla nostra testa, lì sotto, all’ombra, era più fresco, più sopportabile, piacevole quasi.

«Si sta bene qui» disse «è più fresco, vero?»

«Vorrei che un fulmine mi cadesse in testa» sospirai guardando i lampi sfiorare i tetti della città.

«Questo non è vero» fece Lillo «non è giusto mentire al padre, in particolar modo adesso»

Era vero: avevo sempre pensato che quando sarebbe successa una disgrazia del genere, non potendo resistere al dolore, immenso, avrei voluto farla finita. Ma adesso, nascosta in qualche oscuro meandro della mia carne, avevo scoperto una cosa disgustosa, inaccettabile: volevo vivere, mi sentivo scorrere nelle vene una brama ed un’ansia di vita violenta e feroce.

«Questo odore cos’è? Agnello? Come quello che facevi tu…è agnello?»

«Con le prugne» dissi.

«Forse abbiamo trovato il nostro ristorante…vediamo un po’»

Seguendo l’odore arrivammo in un posto, Lillo scosse il capo.

«Ancora un indiano…»

«Perché non ci fermiamo qui?»

«No: un arabo, voglio un arabo»

Continuammo a girare tra la folla, sperduti.

«Sei sempre stato fissato con il cibo» dissi.

«Mi piaceva molto, come tante altre cose»

«Avresti dato la vita per il cibo» dissi nervoso.

«Già, infatti…»

«Ricordi quella frase che dicevi sempre, fino alla nausea?» chiesi.

«Quale?»

«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»

«Sì»

«Quanti anni sono passati?»

«Tanti, mi ricordo che la dicevo convinto che sarei morto presto»

«Perché?»

«Boh, non lo so…»

«Ma è vera?»

«È vera…è vera…e tu? Cosa mi dicevi sempre?»

«Cosa?»

«Pelato»

«Sì» dissi sorridendo al ricordo.

«Una parola affettuosa»

«Sì» sospirai trattenendo le lacrime «anche queste sciocchezze…quelle futili liti mi mancheranno…a chi dirò queste parole adesso?»

«Pelato?»

«Anche…»

«Guardati allo specchio»

Camminammo ancora, arrivammo ad un incrocio pieno di bar e di gente giovane, in buona salute, quasi tutta di colore.

«Anche tu hai una fame insaziabile?» chiese mio padre.

«Sì, anche io»

«Solo che la tua è più disordinata: è perché sei più irrequieto, hai preso da mamma»

«Irrequieta mamma? Lei è calma e forte»

«Non guardare la superficie piatta e liscia del mare, ma pensa a cosa si nasconde sotto: il suo fondale segreto»

«Il fondale segreto?»

Lillo sorrise dolcemente.

«Mamma» disse.

«Che strano…» feci guardando i bar e i bicchieri scintillanti e sentendo le risate e il rumore di stoviglie venirmi incontro.

«Che c’è di strano?»

«In questo momento pensavo avrei avuto voglia di bere e invece non ho sete, come se fosse roba inutile, come fossi…»

«Guarda quelle tre» disse Lillo.

«Chi?»

«Quelle tre ragazze. Non sono belle, eleganti, primitive?»

Distaccate dagli altri tre ragazze ridevano e parlavano forte, una aveva una coca cola in mano, una fumava. Erano alte e brune, forse sui vent’anni, denti bianchissimi e la pelle nera, quasi blu.

«Non mi sembra il caso adesso…» borbottai imbarazzato.

«Oh, mi piacerebbe far loro un ritratto, hanno dei lineamenti così grafici, sembrano degli angeli medioevali»

«Sì, senti…»

«No, senti tu a me» m’interruppe «sai cosa mi piacerebbe immaginare?»

«Immaginare?»

«Senza immaginazione noi fantasmi non ce la faremmo a vivere» disse con quel suo sorriso indispettito.

«Dimmi»

«Mi piacerebbe immaginare che ti trovassi una bella negra»

«Una negra?»

«Una brava ragazza, con cui vivere al caldo»

«Ma che c’entra adesso?»

«Come che c’entra? Ma ti sei guardato intorno? Hai visto il mondo come è grande, vasto e affascinante?»

«Parigi è un vivaio di figa» seppi dire. M’era sempre piaciuto mettere in imbarazzo mio padre, vedere la sua reazione, sfotterlo con parole pesanti.

«Vero. Guarda quella! Guarda quella!» fece indicando un’altra donna nera di passaggio, poi osservò ancora le tre ragazze attentamente «però secondo me te la devi trovare brava. Guarda quella con la coca cola in mano» disse «quella secondo me è una brava ragazza…e che dici…che dici…si assomigliano? Magari sono sorelle?»

«Ma cosa stai dicendo? Parlare di donne in questo momento?»

Mi fissò divertito.

«Perché? Le stai guardando anche tu…perché nasconderlo? Guarda! Guarda!» fece prendendomi per mano «si stanno muovendo, seguiamole»

Mano nella mano, io e mio padre, ci mettemmo a seguire le tre ragazze. In effetti, erano belle. Una, quella con la coca cola, forse s’accorse di me e bisbigliò qualcosa nell’orecchio di un’altra, tutte e tre di scatto si voltarono e scoppiarono a ridere.

«Che c’è?» chiesi a Lillo «Perché ridono?»

«Forse perché alla tua età ti fai ancora accompagnare da papà»

«Eh?» chiesi distratto dal bel volto della ragazza che si voltò lanciandomi uno sguardo prolungato. «Hai visto? Hai visto?» esclamò stringendomi la mano e affrettando il passo «Quella ci sta! Ci sta…te lo dicevo che ci sta!»

Le seguimmo ancora fino a quando non entrarono in un supermercato. Entrammo anche noi, io più tirato per mano che altro, non avevo voglia di abbordare nessuno. Mentre le ragazze fingevano di leggere gli ingredienti sulle confezioni, voltandosi spesso verso di me, soprattutto quella lì, Lillo cominciò a riempire un carrello della spesa. Per fare questo, catturato dagli scaffali e dalle offerte dei loro prodotti, mi lasciò la mano e si disinteressò a me.

«Che dici?» chiese poi mostrandomi un pacco di formaggio molle.

«Non ho fame»

Lo mise nel carrello insieme a mortadella, cracker, birre, prugne secche e fagioli. Andammo a prendere una baguette calda e delle fragole, ci mettemmo in coda per pagare, le tre ragazze erano a qualche fila da noi, cercai d’indovinare il senso delle loro parole.

«Il est très triste» disse una, dispiaciuta, sottovoce. Pagammo e uscimmo.

«Dove sono andate a finire?» mi chiese guardandosi attorno.

«Non lo so»

«Vabbè, vedi se ti trovi una bella negra…»

Annuii.

«Vuoi dare a me le buste?» domandai. Ci incamminammo ancora.

«Ti piace Parigi?» mi chiese.

«Parigi? Sembra di stare in Africa…»

«È micidiale: è una Babele»

«Dovresti vedere i musei…»

«Oh no, mi sembrerebbe uno sgarbo»

«Uno sgarbo?»

«A mamma, nemmeno lei ha potuto vederli…questa per me è Parigi: strade nere tra il decimo e il diciannovesimo»

Era così calmo. Sentii salirmi quella rabbia in petto e poi, forte, in gola. La trattenni e cercai qualche parola dura per farla uscire.

«Anche per me Parigi è solo un quadro»

«Bello, originale» osservò divertito.

«Originale?» gridai «Originale? Hai voluto fare l’originale anche questa volta? Non è così?»

«Non ti fissare con queste sciocchezze»

«Non hai voluto organizzare tutta questa messa in scena per la tua morte? In un giorno di festa, lontano da casa, senza dire niente a nessuno?»

«Era proprio così che volevo andarmene, senza accorgermene, una grande città d’arte è meglio»

«E c’era bisogno di organizzare così tutto quanto nei minimi dettagli, nei tempi…?»

«Veramente pensavo fossi stato tu ad organizzare tutto quanto nei dettagli»

«Cosa?»

«Il viaggio a Parigi, la data, eccetera»

Mi venne voglia di litigare forte, gridando come un pazzo, come facevamo ogni tanto.

«Hai sempre organizzato tutto: prima di partire…sei passato ad appendere i quadri a Francesca, hai comprato una scorta di detersivo per la nonna, hai detto a Lilia che l’avresti aiutata con il trasloco e hai imbustato tutti quei miei racconti da spedire, anche l’elenco con gli indirizzi hai lasciato, insieme ad una nota con le cose da fare a novembre…» dissi.

«Altrimenti poi non ci si raccapezza più»

«Hai voluto decidere la trama di questa storia…» dissi sconfortato «il titolo…»

«Stai scrivendo un nuovo racconto? C’è azione, movimento?»

Camminammo ancora, distratti e indolenti. Non volevo lasciarlo. Stavo perdendo tempo a litigare.

«Mi dispiace, mi dispiace che non ci sia più la tua presenza da qualche parte»

«Non ci pensare»

«Mi dispiace che stia scrivendo queste parole adesso che sei morto e non prima, per fartele leggere» «È un peccato, è vero, non c’è rimedio»

«Come farò adesso?»

«Non ci pensare»

Arrivammo in una piazzetta, da un balcone scendeva una musica di tanti anni prima, forse prima della guerra. S’accesero i lampioni. Notai una signora, la sua andatura mi ricordò qualcuno, il modo di guardare e piegare il capo anche. Aveva una vistosa pelliccia scura, di pelo gonfio, una spilla con un enorme zircone e una veletta tra i capelli tinti d’un improbabile rosso.

«Meh!» sentii dirle, ma era voltata di spalle e non potevo giurare fosse stata lei. Ci avvicinammo.

«Ma quella non è…» chiesi affrettando il passo per vederla in volto «nonna…?»

«Teresa? Che ci fai tu qui?» chiese Lillo sbalordito.

«E che solo voi ve ne potete venire a Parigi? Belli voi, eh?»

«Nonna? Come stai?»

«Eh, come vuoi che stia a nonna…» rispose dolcemente «e tu?» disse a Lillo «Miscredente! E ora? Che dici ora?»

«È un casino Teresa, è un casino…» sbuffò Lillo.

«E Dario? Ha trovato lavoro?» domandò nonna.

«Non ancora» risposi intromettendomi «ma confido in Dio che presto lo farò»

«Ancora con queste cose? Ancora? Che fai?» fece lei scaldandosi «Mi prendi pure in giro? Non si scherza con queste cose…la fede è importante a nonna»

«Ma nonna…» dissi «io ho fede…cioè…non credo che Dio esista eppure ci parlo…a volte ore intere ci parlo…»

«Ci parli?» disse Lillo «ma Dio bisogna ascoltarlo invece»

«Ascoltarlo?» ci interruppe nonna «Ma che vi siete messi in testa? Ascoltarlo? Parlarci? E che siete tanto importanti che quello si mette a parlare con voi…’sti due miscredenti…»

«Teresa, senti…» disse Lillo.

«Meh…» l’interruppe nonna «come state? È una cosa brutta quella che è successa…pensate a quella poverina di Carmela»

«Ma che ci fai qui nonna? Un viaggio?» chiesi.

«Un viaggio? A me è sempre piaciuto viaggiare…» disse, non s’era mai mossa di casa «solo che mo’ ci sono cose più importanti da fare»

«Che cosa?» chiese Lillo.

«Come che cosa? Stanno Nuccia, Cecilia e Rosa ad aspettare alla stazione e Carmela e Lilia in albergo»

«È vero…» dissi.

«E tu? Non devi andare avanti ad organizzare tutto?» chiese a Lillo.

«Avanti?» disse scocciato «Di nuovo in viaggio? Ieri sono sceso da un treno…e poi come? Come potrei tornare a casa?»

«Come sei venuto te ne torni»

«Con un treno? Ma come si fa?»

«Si fa, si fa, se hai fede si fa, miscredente!»

Nonna ci convinse a tornare alla Gare du Nord. Girammo tra i binari in cerca di qualche treno adatto. Nonna, passando vicino ad un gruppo di quelli che chiamava giovinastri, strinse la borsa al petto, guardinga. Arrivammo davanti ad un binario vuoto, in fondo si vedevano le luci di una locomotiva, un treno in arrivo. Aspettammo.

Era un treno vecchio, pulito, senza ruggine ma di un modello a petrolio, di quelli che non si usavano più. Pensai al treno da cui saltò mio nonno, macchinista, quando bombardarono Foggia. Le porte del treno s’aprirono, non scese nessuno per qualche minuto, poi, da una porta molto più avanti scese un ragazzo che ci venne incontro a passo tranquillo. Quando fu vicino notai che aveva un neo simile al mio sulla guancia. Indossava una giacca a quadretti chiari con le spalline. I capelli imbrillantinati. Aveva un fascino languido, torpido.

«Babbo…» disse Lillo.

«Andiamo» disse il ragazzo a mio padre. Salirono sul treno, sentimmo il motore della locomotiva bruciare gas. L’aria compressa dei freni soffiò uno sbuffo secco. I vagoni sobbalzarono.

Lillo s’affacciò ad un finestrino, per salutarci.

«Allora vado avanti per preparare un po’ di cose» disse aprendo una mano nell’aria come saluto.

«Lillo» dissi mentre le ruote incominciavano a muoversi.

«Che c’è?»

«Com’è quella frase? Com’è che fa?»

«Quella frase? Quale?»

«Quella del monaco…quella che non gli fece avere più paura…»

«Ah, sì: eccezionale…»

«Com’è?»

«Invece di guardare la luna guarda il suo riflesso nel fiume»

Partito il treno cercai le zie e Rosa, le trovai che attendevano davanti all’ingresso principale. Andai loro incontro, ci abbracciammo, ci baciammo.

«Hai fatto la spesa?» chiese Cecilia. Guardai le buste che avevo in mano.

«Per farci qualche panino» dissi. Tornammo verso l’albergo, le informai brevemente della giornata. Quella sera andammo a mangiare in un ristorante indiano, non c’era possibilità di scelta: o mangiavamo indiano o niente. Mangiammo indiano. Fu una strana cena, come se per un accordo reciproco o una miracolosa tregua tutto fosse stato sospeso. Scegliemmo cosa mangiare, scherzando sui nomi dei piatti e dei loro ingredienti, chiacchierammo del più e del meno, sfottemmo Nuccia che non accettava cibi esotici, mamma raccontò alcuni buffi ricordi di Lillo e s’informò di cosa ci fosse nel piatto degli altri, per assaggiarlo. Uscimmo e passeggiamo fino all’albergo, guardando Parigi quasi con occhi da turista, il vento s’era calmato, era spuntata una luna grande e gialla. Appena mi sdraiai nel letto svenni e dormii fino al mattino seguente d’un sonno cieco di sogni.

Dopo esserci svegliati facemmo un’abbondante colazione in albergo, per prepararci alla giornata, era domenica, la passammo a vegliare Lillo tranne per una piccola camminata fatta per prendere dei panini al tonno. Cominciai a pensare che quelle giornate erano piene e delicate, noi, la famiglia, riunita in viaggio, con Lillo vicino e sempre al centro della scena, proprio come accadeva quando eravamo piccoli. Pensai che mi sarebbe piaciuto restare ancora a lungo lì, in quel quartiere, a cena tutti insieme, le giornate passate nell’ospedale Lariboisière, la porta numero otto.

Mi resi conto che non era possibile: le lacrime caddero sulle guance, non le asciugai. Venne un prete francese per l’estrema unzione, l’aveva chiamato Alessandro. Nella nostra testa si ficcò l’idea che assomigliasse vagamente a padre Enrico, un vecchio amico. Prima di cominciare il rito si avvicinò e mi chiese di accendere i ceri alle spalle del morto, misi le mani in tasca e trovai i fiammiferi che era riuscito a comprare Lillo la prima sera a Parigi, ne presi uno e li accesi…

Più tardi riuscii a portare tutti sul canale, l’avevo ripetuto un sacco di volte ai miei prima che partissero: andate sul canale, è carino, è pieno di ristorantini e caffè. Quando vissi a Parigi alcuni mesi me la facevo da quelle parti, bevevo birra guardando scorrere l’acqua.

Il giorno dopo Cecilia, Nuccia e Rosa partirono, noi andammo ad aspettare la macchina venuta da Bari per prendere Lillo. Quando entrammo nella sua stanza scoprii che l’avevano messo in una scatola di legno foderata di raso chiaro, quella scatola era proprio simile ad una scialuppa di salvataggio: mi sentii affondare. Venne il becchino francese per le ultime formalità, un ragazzo alto e biondo, atletico, con lineamenti perfetti, da statua greca, era elegante e profumato: si chiamava Philippe ed era italiano.

Prima che chiudessero la scatola baciai mio padre sulla fronte e gli strinsi la mano.

«Non trovi che sia troppo freddo?» chiese Francesca «più freddo di quello che dovrebbe essere?»

«Non mi sembra»

«Secondo me è un modo per mantenere le distanze, tra noi e lui»

Mentre lavoravano con il saldatore uscimmo, stravolti: non l’avremmo mai più visto. Mamma finalmente pianse, anche Francesca. Parlammo rapidamente tra noi per distrarci.

«È una cosa pazzesca» disse mamma.

«È così strano che sembra ci sia un disegno dietro tutto questo» seppi dire.

«Come se, non potendo fare altrimenti, avesse deciso di finirla in questa maniera assurda, c’è qualcosa che ci vuole dire, qualcosa che non riesco a mettere a fuoco» disse mamma.

«È quello che provo anch’io, ma non riesco a spiegarmelo…come se tutta questa crudeltà avesse un senso…ma non riesco a capirlo…»

«Pure il fatto che se n’è andato via qui…a Parigi…ultimamente lo diceva spesso: non voglio morire a Bari, voglio morire a Roma o a Parigi…»

«Davvero?» chiesi.

«Sì»

«E questo posto…tutti stranieri…non lo so…magari serve a non farci impazzire…»

«E com’era contento di essere finito in mezzo a tutti questi arabi…ai neri…» disse mamma guardando i parenti di un altro cadavere.

«È vero? Anche a me l’ha detto, è stata una delle ultime cose che mi ha detto»

In quel momento portarono fuori la sua bara, contemporaneamente dalla stanza accanto ne uscì un’altra seguita da una lunga fila di uomini che si baciarono le dita alzando le mani al cielo ripetutamente e mormorando qualcosa in arabo. Dopo gli uomini un’altra fila, composta da sole donne, pianse e pregò. Mamma sorrise.

«Hai visto?» mi chiese.

«Sì»

Quando uscimmo la famiglia araba circondò entrambe le bare, noi eravamo solo cinque, loro almeno cinquanta: piansero e pregarono Maometto ed Allah per tutti quanti, ne fummo rincuorati.

«Se gli uomini s’accorgessero di quanto sono uguali in questi momenti» disse Lilia «forse la smetterebbero di fare gli stronzi…»

«Infatti»

Uscimmo dall’ospedale diretti verso l’auto di Davide. Il furgone con Lillo ci passò accanto sulla strada. Guardammo l’ora: erano le tre meno venti.

«A che ora dovevamo ripartire per Milano, oggi?» chiese mamma.

«Per tornare a casa?» chiesi «Mi sembra che il treno partisse verso le tre meno venti»

«Anche questo» sospirò mamma. Cominciai a pensare che a lei il senso e la trama della storia stesse lentamente per essere dispiegato. Ci lasciammo Parigi alle spalle, il cielo si chiuse su di noi e una pioggia sbattuta dal vento ci accompagnò fin quasi in Italia. Il giorno dopo venimmo a sapere che la tempesta di San Giuda, il patrono delle cause perse, aveva devastato il nord della Francia poche ore dopo la nostra partenza. Durante il viaggio consigliai una canzone di Santa Teresa e una poesia di San Giovanni della Croce per il funerale, mamma mi assecondò, persa nei suoi pensieri. Pensai che forse non dovevo esagerare con questi santi spagnoli, magari dovevo sceglierne uno italiano.

Questo dubbio mi tormentò, non so perché, forse solo per attaccarmi a qualcosa. Arrivammo in un autogrill e Francesca, non trovandomi, mi chiamò con il suo telefono: non comparve il suo numero, ma uno sconosciuto, con un prefisso straniero. Tanto per passare il tempo controllammo di quale paese fosse: era la Spagna. Francesca provò a richiamare il numero, che risultò inesistente. Mi richiamò: uscì ancora quel prefisso spagnolo. Continuammo a viaggiare nella notte, c’era da guidare per quasi duemila chilometri fino a casa. Ci fermammo in un autogrill e parcheggiammo accanto al furgone che portava Lillo, nel cuore della notte: nessuno di noi si meravigliò della coincidenza, ci sembrò la cosa più normale possibile: stavamo viaggiando insieme.

Arrivammo finalmente a Bari.

Prima del funerale ci fu un’altra breve tregua. Avevano messo Lillo in una chiesetta vicino alla basilica, la chiesa di san Marco dei veneziani, che a lui piaceva molto. Così passammo un altro giorno in sua compagnia, anche se non potevamo più vedere il suo sorriso indispettito.

Venne molta gente a trovarci, parenti ed amici.

«Mi sembra di srotolare la pellicola di un film al contrario» disse mamma più volte. Ad ogni nuova persona doveva raccontare sempre la stessa storia e, nel frattempo, guardando il volto invecchiato degli amici, ricordare quello che erano stati un tempo.

«Ha avuto anche la camera ardente, come si fa con le personalità pubbliche» dissi a Francesca per tirarla su.

«La camera ardente? Questa?»

«Questa è una camera ardente» spiegai indicando la chiesetta piena di fiori. Osservai una statua della Madonna del Carmine, era uguale ad un’altra sotto cui avevo messo un euro, qualche settimana prima, a Santiago.

«Conserva quest’euro» m’aveva detto Lillo prima della partenza «e se alla fine arrivi alla cattedrale mettilo per me»

Attraversata la Spagna a piedi giunsi alla cattedrale, fu la prima cosa che feci: scelsi una statua tra le tante, mi sembrò la più bella ed enigmatica, misi l’euro ed accesi una candela.

«Cosa vuoi dirmi?» chiesi alla statua, quella continuò a guardarmi con quel suo sorriso incerto, sperduto. Uscendo decisi di non andare nel portico della gloria, opera del maestro Matteo: si pagava il biglietto e per principio non mi piace pagare per entrare nelle chiese. Mi venne incontro tra la folla una giovane ragazza di colore, riccia e sorridente.

«Sai dov’è la statua di San Giacomo?» chiese.

«È là» le dissi «ma si paga il biglietto» aggiunsi facendo una smorfia. Quella mi guardò.

«Oh…» disse «voglio proprio abbracciare la statua»

Così, confuso e indeciso come piuma nell’aria, come sempre, la seguii e feci il biglietto. Guardai la statua, il suo sorriso era ancora più enigmatico.

«Cosa vuoi dirmi?» chiesi ancora: non mi rispose. Questo ricordo mi portò tanta tristezza, la Madonna del Carmine continuava a sorridere dall’alto. Stavo per piangere ancora quando in chiesa entrò un bambino con i capelli biondi e ondulati e ci osservò con la bocca aperta.

«Ih…e secondo voi che sta lì dentro?» chiese indicando la bara. Ci alzammo e lo seguimmo fuori, in strada. Aveva la maglietta di un giocatore, Boccasile, il cognome di mia madre. Gli chiedemmo il nome.

«Samuele» rispose.

Preparammo dei fogli da lasciare in chiesa, c’era un disegno di Lillo e il testo della canzone che avrebbero cantato. Il giorno seguente, piegandoli, ci sembrò di organizzare una delle sue mostre.

«Sta venendo bene l’esposizione» dissi a Francesca «hai visto che bella squadra siamo?»

«Anche tu stai avendo la stessa sensazione? È incredibile…lo stavo pensando anch’io»

«È il cervello che sta partendo…» dissi «è come quando si sgancia la catena della bicicletta e la ruota gira a vuoto…»

«Madonna mia» fece lei «stiamo impazzendo»

Ci mettemmo a ridere, continuando a pensare che la mostra stava venendo davvero bene. Avevamo spesso aiutato Lillo e mamma ad organizzare le mostre, fare i manifesti, le locandine, stare lì sul posto ad accogliere gli ospiti e controllare i quadri, portare i cavalletti…

«Il manifesto è d’impatto, cattura subito l’attenzione» suggerii.

«Infatti, sobrio, distinto, con quello slogan che dice e non dice: il vento è ovunque»

Ridemmo ancora, poi, più tardi, rendendoci conto che s’avvicinava l’ora della messa fummo presi da un profondo sconforto. Guardai la bara e, alle sue spalle, una coppia di angeli di scadente fattura, di plastica, due angeli biondi vestiti di rosa. Cominciai a tremare.

Di nuovo, qualcuno s’affacciò in chiesa. Erano due bambine castane con ancora addosso il grembiule di scuola, rosa.

«Ma io non lo vedo il morto, non lo vedo» disse una.

«Nemmeno io» disse l’altra e scapparono via.

Vennero a prendere la bara, attraversammo la città vecchia a piedi, in un lento corteo. Franco mi accompagnò, una mano sulla spalla, parlandomi di continuo per non farmi pensare. Durante la messa padre Giovanni seppe dire delle parole semplici e giuste e ascoltando quelle parole mi sembrò di capire finalmente il senso di tutta la storia. Poi venne il momento dei baci, avevo finito le lacrime: padre Damiano, baciandomi, me ne lasciò una sulla guancia che lasciai scivolare. Quando la macchina s’allontanò, ci fu un applauso. Immaginai cosa avrebbe detto Lillo in quell’occasione. Due giorni dopo, la mattina del due novembre, l’avremmo accompagnato al loculario.

Me ne stavo con le mani strette nelle mani di Lillo. Lui era sdraiato sul letto e con tutti e due i piedi puntati sulla mia pancia mi sollevò facendomi volare nella camera da letto. Era pomeriggio, attraverso le alte e verdi persiane entrava la luce dell’estate.

«Uccello del paradiso!» gridò lasciandomi cadere e abbracciandomi. Ridemmo.

«Mi racconti una favola del può servire?» chiesi abbracciandolo ancora più forte.

«Adesso devo pulire i finocchi» disse alzandosi dal letto «vieni, andiamo»

Ci alzammo e andammo in cucina, stretta, lunga e con un’alta finestra bianca su un giardino interno. «Questo è un sogno, è vero?» chiesi.

«Certo che è un sogno, tutto è un sogno»

In cucina era seduta una signora vecchissima, con i capelli di platino e le palpebre socchiuse. Aveva quasi cento anni, la riconobbi, nonna Serafina: m’avvicinai e l’annusai.

«Che cosa fai?» chiese Lillo.

«Me la ricordo così poco, l’unica cosa che ricordo di lei è odore di tarli, borotalco e naftalina»

«Mia nonna» disse Lillo guardandola con un sorriso lontano «non parla molto»

«Perché?»

«È sempre stata di poche parole…senti, devo preparare la cena, viene anche la maestra, mi aiuti?»

«La maestra Laura?»

«La maestra Laura Macchia»

«Cosa mangiamo?»

«Pasta alla puttanesca»

«Buona!» dissi e mi misi a tagliare aglio e prezzemolo mentre Lillo puliva sedano e finocchi.

«Dobbiamo parlare del presepe, come lo dobbiamo fare, che tipo di carta usare, quali stelline colorate, eccetera»

«Il presepe?» chiesi «Ma è estate, che c’entra il presepe adesso?»

«Incominciamo a farlo, non si sa mai…»

«Giusto» osservai.

«Comunque il presepe lo faccio, ma devo dire che mi sono un po’ scocciato di queste cose…»

«Sì?»

«Sì, sto avendo certe idee…con i paesaggi, gli sfondi…i cieli…»

«Che vuoi dire?»

«Voglio dire che mi sta venendo voglia di provare a partire dai colori invece che dalle linee…smetterla per un poco con il disegno…riempire qua, svuotare lì…improvvisare…ho un’idea di come fare una spiaggia, che toni usare, come far crescere qui una pianta, lì una fontana…sento questo come fossi parte della spiaggia…è una sensazione già provata…ma più forte…»

«Una sensazione già provata?»

«Come quell’altra sensazione, anzi, quelle altre due sensazioni, contemporanee»

«Contemporanee?»

«Sento nello stesso tempo una voglia di preoccuparmi e risolvere i problemi di tutti quanti e una voglia di mandare tutti quanti affanculo»

«E anche queste le senti più forti?»

«Sì»

«Io sento come se avessi una forza maggiore nel disegno, adesso, invece»

«Ti potrà servire»

«Com’era quell’altra frase che ripetevi ultimamente?»

«La colomba vola»

«Ti ho raccontato di quel che mi è successo a León?»

«Me l’ha detto Francesca»

«Sì, me lo sono tenuto un po’ per me, non capivo il senso di quel che passai quella sera…perché diventai attore e spettatore di quella scena…»

«Un annuncio di disgrazia? Mi sembra poco originale»

«Non sempre si può essere originali…la semplicità non è semplice, vero?»

«Vero»

«Mi chiedevo perché cercando di salvare una colomba la feci morire. Una colomba a cui avevano legato le zampe con del filo sottile…una colomba incontrata sul cammino per Santiago…»

«Non ci pensare»

«Perché hai voluto intrecciare così le cose?»

«Io? Pensavo fossi stato tu a farlo»

«Io? E come?»

«Non sono andato mica io a Santiago»

«Questa fissazione per le date poi…»

«Siete voi quelli fissati con le date, io non credo a queste sciocchezze» disse Lillo.

«Però hai scelto di morire il giorno del quarantesimo anniversario di nozze»

«Padre Giovanni ne ha spiegato bene, e una volta per tutte, il motivo»

«È vero…però ti sei fatto portare al camposanto il giorno dei morti, abbiamo fatto la fila, entrando e uscendo…c’era tutta la città»

«Meglio, no? Dovevano esserci tutti, anche il sindaco»

«Ho dovuto chiamare un amico il giorno del suo compleanno e avvisarlo del tuo funerale»

«E allora?»

«Il giorno del tuo funerale c’era la prima del suo film, una storia di un padre e di un figlio»

«Avrà pensato che volevi augurargli buona fortuna»

«Credi sia stata una buona idea vestirti con la giacca di quello zio lì?»

«La usavo sempre, mi stava comoda, mi è sembrata un’idea sensata…invece di comprarmi un vestito nuovo…hai visto le vetrine del quartiere in cui stavamo a Parigi? Che roba…»

«Sì…»

«E al funerale sei stato forte?» chiese Lillo.

«Credo…ad un certo punto mi sono sentito come un burattino, ma davvero…sentivo i fili…mi alzavo, stringevo una mano, davo un bacio e mi sedevo, mi alzavo, stringevo una mano, davo un bacio…m’è parso di vedere anche la mamma di Lill tra la gente, ma non ne sono sicuro perché molti non li ho riconosciuti…la mamma di Lill…non sono andato nemmeno al suo funerale…»

«Un lutto può servire a scacciarne un altro»

«Questo è cattivo» dissi.

«Dal punto dove vi trovate voi, che siete la minoranza, la diversità, potrà pure essere cattivo, ma dalla parte nostra, dalla maggioranza, dalla normalità, non ha nessun valore»

«E Raffaella, poverina?»

«Raffaella, poverina…»

«Era venuta a piangere al tuo funerale…avrà sicuramente letto quella frase…»

«Il vento è ovunque»

«Un colpo di vento ha ammazzato il suo compagno pochi giorni dopo…»

«Non ci pensare» disse Lillo passandomi le carote e il sedano da tagliare e prendendosi aglio e prezzemolo. Accese il fornello sotto un pentola piena d’olio e peperoncino.

«Non esagerare con l’olio» dissi.

«E Francesca? Dove sta? Che fa?»

«Vede segni ovunque…tu ne sai qualcosa?»

«Te l’ho detto, con lei per me è più facile, ci assomigliamo…»

«Il bebè di Valeria ha detto tutto il giorno la parola Lillo prima che tu morissi…»

«E allora?»

«Fino a quel momento sapeva dire solo mamma e papà…e poi c’è Sandrocanino»

«Bravo Sandrocanino…che ha fatto?» mi chiese con un’espressione compiaciuta.

«Francesca lo stava portando a passeggio nella città vecchia e alla fine s’è persa…è uscita in strada San Marco, davanti a quella chiesetta dove sei stato tu…lei non voleva fermarsi…ma Sandrocanino ha puntato le zampe ed ha fatto una cacca, piccolina…»

«Bravo Sandrocanino, ogni volta che mi vede è così contento…si emoziona…»

«Francesca vede il numero otto dappertutto»

«Oh, quelle son proprio sciocchezze: ha una probabilità su dieci di farlo, mica difficile…ma gli altri che dicono?»

«Marilena ha pianto a lungo davanti alla tua bara…m’è parso di sentirle dire: esci, Lillo, esci…»

«Povera sorella mia, non ha avuto nemmeno il tempo che avete avuto voi per vedermi…e Pepè?»

«Imbambolato, la bocca socchiusa a fissare i fiori, non credendo a quel che vedeva»

«E la nonna?»

«Questa è un’altra cosa che ti volevo dire…chiede di tutti, ma proprio di tutti…tranne di te…dice che si sente triste, più triste del solito…»

«È brava mamma, ha capito e non vuole darvi ulteriori fastidi, imbarazzi…è brava mamma…m’ha fatto una carezza prima che partissi, dicendomi: quanto sei bello…»

«Ma adesso?» chiesi.

«Adesso cosa?»

«Adesso cosa succede?»

«Per adesso qui abbiamo finito» disse spegnendo il fornello sotto il sugo «andiamo in soggiorno»

Passando per il corridoio raggiungemmo il soggiorno, largo, con le volte alte cinque metri. La televisione era accesa. Stavano dando Lupo Solitario su Italia Uno. Il nostro preferito. Ci sedemmo sulle poltrone e lo guardammo.

«E mamma?» chiesi.

«Sta tornando da scuola, per questo abbiamo cucinato noi, per farle una sorpresa»

Rimanemmo qualche minuto in silenzio, davanti alla televisione.

«Volevo chiederti una cosa…» dissi.

«Dimmi»

«Secondo te adesso parte di te è in me?» chiesi.

«Secondo me adesso parte di te è in me»

«Com’è la storia del riflesso della luna? Quella per non avere paura…tutto cambia, la luna resta?»

«No, non è così: pensa soltanto a quel preciso riflesso in quel preciso istante, cerca di essere sempre presente al presente»

«Che vuol dire?»

«C’è una domanda che m’hai fatto prima, non ti ho ancora risposto, scusami…» disse e il tuono improvviso di un’acquazzone estivo rimbombò fuori seguito da uno scroscio di pioggia sui balconi. «Oh, finalmente, una rinfrescata» disse «vieni, apriamo le persiane per far entrare l’aria»

Aprimmo le persiane e rimanemmo a guardare la pioggia cadere sulla piazza.

«Di quale domanda parli?» chiesi.

«Quella dei ricordi…che cosa sono i ricordi? Una cosa che abbiamo? Una cosa che abbiamo perduto?»

«Che cosa sono?»

Mi guardò divertito, come avesse avuto un’intuizione e non riuscisse a trattenerla.

«M’è venuta un’idea»

«Dimmi»

«Chiudi gli occhi» disse «e prendi questo»

Chiusi gli occhi e afferrai un oggetto di legno liscio, verniciato, curvo, era come una c.

«Che cos’è?» mi chiese.

Tastai la superficie con le dita, sotto il pollice sentii una sporgenza: un bottone, un pulsante a scatto. «È un ombrello!» dissi tenendo gli occhi sempre chiusi.

«Aprili adesso»

Li aprii e guardai cosa avevo in mano: era il manico di un ombrello, senza il resto, solo un manico. «Ecco cosa sono i ricordi» disse Lillo.

«E cosa devo fare? Tenerli aperti o chiusi?»

«Se ti serve un ombrello tienili chiusi»

«Altrimenti? Se li apro?»

«Vuol dire che non ti bagnerai»